Autore Topic: Il partito è morto! Viva il partito!  (Letto 56 volte)

BrunoAlessandroBertini

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Il partito è morto! Viva il partito!
« il: Maggio 07, 2022, 10:40:58 pm »
Ovviamente non mi riferisco al pSp, non preoccupatevi, che stiamo partecipando a un grande progetto.

Col titolo mi riferisco all'idea di Partito politico così come lo disegna la costituzione e anche a quelli che siamo abituati a a vedere da molti decenni orbitare attorno al parlamento e ai parlamentari con effetti nefasti.

Partiamo dal partito politico così come descritto dalla costituzione nell'articolo 49:
L'art. 49 della Costituzione Italiana dice che "tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale"

Semplice e preciso come sempre.
Disatteso fin dal principio come moltissimi altri articoli della costituzione.

Qual è il soggetto di questo articolo?
I cittadini italiani ovviamente.
Chi può concorre a determinare la politica quindi?
Il partito o il cittadino?
La risposta è: il cittadino.

Il partito è chiaramente uno strumento di tipo associativo utile (e anche indispensabile) al cittadino per candidarsi ed essere eletto a una carica di governo.
Purtroppo questa idea di partito è morta sul nascere.
E' lunghissima la lista di cittadini che hanno avuto accesso a cariche politiche (anche non elettive), senza passare attraverso un partito.
Gli esempi più eclatanti sono i presidenti del consiglio dei ministri paracadutati direttamente a determinare la politica del paese senza passare da un partito ma per convenienza (o connivenza) politica.
Ora vi domanderete: "E che problema c'è se un Draghi passa direttamente a decidere le sorti del paese senza passare da un partito politico?"
In primo luogo non rispetta la costituzione, vabbè, ma questo è purtroppo un fatto molto comune.
Nell'atto pratico abbiamo un cittadino che non ha esperienza specifica e non è stato preparato in alcun modo, non può essere giudicato per precedenti incarichi simili e ha un percorso politico molto diverso dal normale cittadino che vuole impegnarsi nella politica e deve fare la famosa "gavetta".
Questo arriva con legami che non sono prevalentemente quelli di un partito fatto di altri cittadini che hanno la passione politica nel loro DNA, quindi porta interessi di organizzazioni non partitiche, spesso opposti ai bisogni della popolazione.
Questi tecnici possono essere personaggi osannati e molto bravi nel loro campo ma poi appaiono spaesati in un ambito che non è il loro, e non conoscono, e quindi non ottengono i risultati sperati se non forzando la mano contro un mondo partitico a cui sono estranei.
La costituzione ci aveva quindi visto giusto: se vuoi fare politica ti associ in un partito con altri cittadini tuoi pari e unendo le forze guadagni il rispetto dell'elettorato facendo politica.
Altro aspetto per cui i partiti politici "costituzionali" non sono mai esistiti è la presenza di mestieranti all'interno degli stessi partiti, certamente formati da professionisti e non solo da volenterosi cittadini che si vogliono candidare.
Chi si candida infatti si espone pubblicamente, mentre è accaduto ed accade tutt'oggi che chi vuole determinare la politica non partecipa ad un partito politico in qualità di candidato ma piuttosto assume cariche dirigenziali, non soggette a votazione popolare ma in grado di dargli grandissimo potere decisionale anche sui parlamentari eletti.
Non a caso c'è spesso stato il salto da segretario di partito a capo del governo, in cui certi personaggi passano dal comandare sui parlamentari del proprio partito al comando assoluto su tutti i parlamentari di maggioranza e quindi del parlamento, ovviamente senza sottoporsi all'approvazione del voto elettorale.

Come possiamo allora ridefinire i partiti che conosciamo da decenni?

Si tratta di enti partitici: non sono di fatto semplici cittadini che vogliono candidarsi ma un assieme di organismi, beni, strutture e di "personaggi" fondamentali per poter "vincere" le elezioni.
I cittadini candidati diventano in tutto questo l'ultima ruota del carro, un mero aspetto secondario necessario per catalizzare i voti da cui deriva la maggioranza e il relativo potere assoluto sul parlamento.
Poi cessano la loro funzione.

In particolare potremmo fare un parallelo tra l'ente statale e l'ente partitico.
Il leader è la componente di tirannia.
In un partito spesso ci sono uno o più leader che aspirano a diventare tiranni, come se a capo di uno Stato vi fosse una unica persona che comanda su tutto.
Questi possono succedersi e darsi il cambio all'interno della maggioranza di governo senza che il cittadino abbia voce in capitolo.
Poi c'è una componente oligarchica.
Gli organi interni a un partito possono guidare il partito e gli eletti proprio come un leader.
Certamente non possono aspirare a cariche di potere dirette ma hanno comunque l'obiettivo di conquistare e mantenere il potere nel tempo, con vecchi e nuovi parlamentari eletti che lavorano per aumentare il consenso e la fidelizzazione degli elettori.
Infine ci sono i candidati che come abbiamo visto sono passati da essere il soggetto indicato dalla costituzione come l'unico in diritto di concorrere alle decisioni politiche a meri burattini sotto il comando di leader ed organi di partito.
Partiti che devono avere anche beni mobili e immobili e altre strutture e organi interni per poter concorrere alle elezioni con ambizioni di "vittoria".
Questo è oggi un partito.
Un ente formato da molte componenti.
La legge lo ammette in questa forma e se non ha questa forma non può ambire a competere con gli altri enti partitici ad armi pari.

Ora che abbiamo ridefinito il concetto di partito in chiave attuale e realistica cosa possiamo fare?

Lo smontiamo, e lo rimontiamo in modo che il cittadino torni al centro della scena politica.
Come in uno Stato si deve riconoscere la sovranità al popolo così in un partito si deve riconoscere la sovranità al cittadino candidato.
Quindi tutto il partito è al servizio di questo concetto: selezionare, preparare e proporre cittadini candidati tra quelli che ambiscono a determinare le politiche locali e nazionali.
Evitare i leader con ambizioni di comando.
Stabilire per statuto che tutti gli organi di partito e le altre componenti sono al servizio dei candidati e non possono determinare direttamente le scelte politiche facendo pressione sugli eletti.
Quel che nasce è una nuova idea di partito, più rispettoso delle indicazioni costituzionali e dotato di tutti gli organi necessari a competere con gli altri enti partitici.

Purtroppo va riconosciuto che perseguire interessi personali o di partito è più vantaggioso che perseguire il bene comune del popolo.
In questo i partiti con forti leader o oligarchie al proprio interno sono più efficaci e possono disporre di più mezzi finanziari accordandosi con realtà che vogliono sfruttare i cittadini.
Bisogna allora sviluppare quelle caratteristiche alternative che possano dare un vantaggio concreto a chi sceglie la strada corretta.

Di certo porre al centro i singoli candidati piuttosto che i leader o gli organi di partito permette di fornire un supporto condiviso.
Tutti i partiti oggi al potere hanno una fortissima rivalità elettorale (non politica).
Le differenze di programma servono esclusivamente a guadagnare più voti in una vera e propria lotta all'ultimo voto con polemiche e risorse immani usate per prevalere mediaticamente screditando gli avversari.
Questo lavoro di contrapposizione e suddivisione in fazioni del popolo assorbe gran parte delle risorse e impedisce di fatto ai piccoli partiti di poter competere.
Se però si pone al centro il candidato, si apre la possibilità di condividere il supporto logistico e le risorse, in una ottica non di contrapposizione tra i vari partiti ma tra il vecchio sistema e il nuovo sistema.
Tra tutti i candidati che si riconoscono nel nuovo sistema (ovvero un ente partitico in cui sono loro ad essere protagonisti) ci può essere un patto per cui non importa se le idee sono diverse.
Si accantonano quei diktat che sono necessari ai leader o ai partiti corrotti.
Ognuno porta avanti le proprie idee nel proprio partito ma condivide una struttura comune da contrapporre a quella di tutti gli altri partiti che non rispettano né la costituzione, né il popolo, né i cittadini.

Per fare un esempio, un candidato con idee comuniste ma moderato (nel senso che è pronto al dialogo per il bene comune) può odiare l'idea di potersi candidare solo in un partito falsamente di sinistra che poi lo obbligherà a votare in parlamento leggi che vanno contro il proprio credo politico con un ricatto.
La stessa cosa può accadere a un candidato con una ideologia opposta.
Entrambi, pur avendo idee diverse, hanno in comune la volontà di scardinare un sistema in cui non varrebbero nulla neppure da parlamentari eletti.
Entrambi dimostrerebbero poi che per un obiettivo comune e un bene superiore si può trovare un accordo politico, proprio come imporrebbe la democrazia rappresentativa, in cui tutte le diverse idee devono essere presenti e concorrere per il bene comune del popolo italiano.