Autore Topic: Una piaga italiana: fra legge di Okun e CFL  (Letto 1339 volte)

Luigi Intorcia

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Una piaga italiana: fra legge di Okun e CFL
« il: Luglio 20, 2019, 10:31:47 am »
Prima di esaminare la piaga dell'occupazione in italia bisogna stabilire due concetti essenziali.

LEGGE DI OKUN. ( da wikipedia ):

In economia, la legge di Okun, prende il nome dall'economista Arthur Melvin Okun (proposta nel 1962[1]) ed è una legge empirica che collega il tasso di crescita dell'economia con le variazioni nel tasso di disoccupazione. Secondo questa legge, se il tasso di crescita dell'economia cresce al di sopra del tasso di crescita potenziale, il tasso di disoccupazione diminuirà in misura meno che proporzionale.

La legge è espressa convenzionalmente dalla seguente formula:

{\displaystyle u_{t}-u_{t-1}=-\beta (g_{Y_{t}}-{\overline {g}}_{Y})} {\displaystyle u_{t}-u_{t-1}=-\beta (g_{Y_{t}}-{\overline {g}}_{Y})},
dove u rappresenta il tasso di disoccupazione, {\displaystyle {\overline {g}}_{Y}} {\displaystyle {\overline {g}}_{Y}} è il tasso di crescita normale della produzione o del reddito, -β è il coefficiente di Okun. Nella formulazione originaria, risalente al 1962, Okun afferma che per ogni punto percentuale del tasso di disoccupazione eccedente il 4% - il tasso a cui può svilupparsi pienamente la crescita potenziale dell'economia - si riscontra un decremento nel tasso di crescita del PIL di circa tre punti percentuali. Ne consegue che le variazioni di produzione influiscono in modo meno che proporzionale sulla disoccupazione. Questo perché a fronte di una crescita della domanda, le imprese preferiscono chiedere ai loro dipendenti di fare straordinari piuttosto che assumere nuova manodopera (labor hoarding) ed è possibile che parte dei nuovi assunti non fossero precedentemente previsti nella forza lavoro essendo classificati come lavoratori scoraggiati. Inoltre, data tale relazione, varrà che se la crescita è inferiore al tasso normale, la disoccupazione sarà maggiore di quella del periodo precedente.

La legge di Okun è stata associata a considerazioni di tipo Keynesiano, in quanto suggerisce che per poter raggiungere un tasso di disoccupazione obiettivo è necessario che la crescita del PIL superi quella potenziale di una determinata misura.

Negli Stati Uniti durante il periodo che va dal 1965, questa legge ha interpretato la situazione economica, stabilendo che per ogni punto percentuale del tasso di disoccupazione, o meglio del tasso naturale di disoccupazione, il PIL reale si riduce dai 2 ai 3 punti percentuali.



« Ultima modifica: Luglio 20, 2019, 10:43:27 am da Luigi Intorcia »
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Re:Una piaga italiana: fra legge di Okun e CFL
« Risposta #1 il: Luglio 20, 2019, 10:42:29 am »
TASSO DI OCCUPAZIONE

Il tasso di occupazione, in economia e statistica, è un indicatore statistico del mercato del lavoro che quantifica l'incidenza della popolazione che ha un'occupazione sul totale della popolazione e si calcola come rapporto percentuale tra il numero di persone occupate e la popolazione.
Aspetto non secondario di tale indicatore è la definizione di occupato, che può variare a seconda delle esigenze del ricercatore o, più frequentemente, degli standard internazionali. In Italia viene pubblicato dall'ISTAT il tasso di occupazione calcolato sui dati e definizioni dell'Indagine campionaria delle forze di lavoro. Secondo gli attuali criteri utilizzati dall'ISTAT utilizzati nella Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro (RCFL), vengono conteggiati come occupate le persone con 15 anni e oltre che rientrano in una delle seguenti condizioni:

nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un'ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura;
quelle che hanno svolto almeno un'ora di lavoro non retribuito nell'impresa di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
le persone che per diversi motivi sono assenti dal lavoro (per esempio per ferie, per malattia) con alcune limitazioni:
nel caso dei lavoratori dipendenti l'assenza non deve superare i tre mesi e la retribuzione non deve essere sotto la soglia del 50%;
nel caso dei lavoratori indipendenti, sono considerati “occupati” quelli che durante il periodo d'assenza, mantengono l'attività;
nel caso, invece, dei coadiuvanti familiari, per essere considerati “occupati” l'assenza non deve superare i tre mesi.
Modalità di calcolo
In generale:

tasso di occupazione = {\displaystyle {\frac {occupati}{popolazione}}\times 100} {\displaystyle {\frac {occupati}{popolazione}}\times 100}

A seconda degli obiettivi del ricercatore o semplicemente della disponibilità dei dati il numero degli occupati viene rapportato:

alla popolazione nel suo complesso
alla popolazione oltre una certa età (solitamente l'età minima legale per lavorare. In Italia 14 anni fino alla fine degli anni 1990 e 15 anni dagli anni 2000)
alla popolazione in età lavorativa intesa in senso convenzionale (solitamente tra l'età minima: 15 anni e l'età per la pensione: 65 anni)
Quest'ultima definizione è quella che indica meglio delle altre in che misura si attinge al "serbatoio" di persone potenzialmente capaci di lavorare, in quanto esclude i troppo giovani e gli anziani e viene indicata come "tasso specifico di occupazione".

tasso specifico di occupazione = {\displaystyle {\frac {occupati\ (15-64)}{popolazione\ (15-64)}}\times 100} {\displaystyle {\frac {occupati\ (15-64)}{popolazione\ (15-64)}}\times 100}

In presenza di un bassissimo tasso di disoccupazione si può ricorrere pure al tasso di attività.

Il tasso specifico per età contempla sia per il numeratore che per il denominatore la stessa fascia di età.

Qualità dell'occupazione
L'OCSE ha messo a punto un framework metodologico per analizzare la qualità dell'offerta occupazionale attraverso un job quality database, in termini di:

qualità delle remunerazioni, considerando sia salari medi in parità di potere d'acquisto sia la loro distribuzione;
protezione economica nel mercato del lavoro, per misurare la probabilità di perdere il proprio posto di lavoro, e ricevere un sussidio (non è preso in esame l'impatto del diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro, pur previsto in vari Paesi dell'Unione, ipotesi alternativa al sussidio);
qualità dell'ambiente di lavoro: natura del lavoro svolto, orari di lavoro e relazioni lavorative.
Nel mondo
In generale, un alto tasso è considerato in un valore di 70%, basso verso il 50%.

« Ultima modifica: Luglio 20, 2019, 10:44:01 am da Luigi Intorcia »
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Re:Una piaga italiana: fra legge di Okun e CFL
« Risposta #2 il: Luglio 20, 2019, 10:48:00 am »
COEFFICIENTE FORZA LAVORO
Di cosa parliamo quando parliamo di produttività
Chi si concentra disonestamente sul numero di lavoratori e il numero di ore lavorate, ossia sul costo
del lavoro, trascura che a generare valore aggiunto è la combinazione dei fattori produttivi e
l’accumulazione di capitale fonte : http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/18670rassegna.it_prod.pdf

Sono diversi anni che i giornali titolano “Produttività, dieci anni buttati”, oppure “Italia ultima tra i 27
paesi europei”. E a seguire: “giù il PIL e giù la produttività, sia quella totale che quella del lavoro”. E
ancora: “la fotografia dell’azienda Italia che emerge dalle statistiche ufficiali è oltremodo sconsolante”.
Eppure, c’è produttività e produttività. Qual è la produttività che non è cresciuta in Italia?
Quando parliamo di produttività ci riferiamo alla capacità di un sistema di crescere, di creare
occupazione e sviluppo. Ecco perché nella letteratura economica il tenore di vita di un paese viene
considerato ragione del livello di produttività raggiunto, ovvero della quantità di beni e servizi prodotti
dagli individui che in quel paese lavorano, in una determinata unità di tempo. Questa è la ragione
principale per cui si invoca la produttività ogni qual volta si chiede alle forze produttive del nostro
paese di conseguire un “patto” per la sua crescita e, in generale, per la competitività dello stesso
sistema economico-produttivo.
In senso statistico, la produttività è stata da sempre intesa come un indicatore in grado di misurare la
capacità produttiva di un’impresa, di un settore produttivo, di una regione, di una nazione o di un’area
sovranazionale, correlando i fattori produttivi (gli input) utilizzati nel processo produttivo con il risultato,
ossia il prodotto (l’output), di tale processo.
Per tale ragione l’indice di produttività (p) viene generalmente considerato come il rapporto esistente
tra la quantità di prodotto derivante da un processo produttivo (Y, nelle statistiche ufficiali
rappresentato dal valore della produzione di beni e servizi, anche detto valore aggiunto, che in termini
aggregati e nei confronti internazionali, diventa il PIL) e la quantità (a, b, ecc.) di risorse impiegate
(intendendosi il Capitale e il Lavoro: rispettivamente K, L) per la realizzazione di quel dato prodotto: p
= Y/ aK + bL.
L’elaborazione economica diffusa fornisce una serie di definizioni più precise. Le più note sono:
• la produttività del lavoro (pl), data dal rapporto tra prodotto (Y) e occupati impiegati per realizzare
tale prodotto (E): pl = Y/ E. Da questo indicatore risulta evidente che all’aumento dell’occupazione
corrisponde nell’immediato una diminuzione della produttività, recuperata poi dall’aumento della
domanda aggregata e da una maggiore efficienza, dunque da un aumento del valore aggiunto spinto
dalla stessa dotazione di “capitale umano” (secondo la definizione Ocse, in riferimento alle spese e ai
livelli di istruzione e formazione, calcolato come stock della somma scontata del reddito percepito
nell’arco di tutta la vita dai lavoratori, l’Italia risulta penultima tra i 30 paesi di riferimento). Ecco perché
la teoria economica dimostra che se il tasso di crescita delle retribuzioni di fatto è pari a quello della
produttività si ottiene l’invarianza di lungo periodo delle quote distributive (del Lavoro e del Capitale)
nel prodotto nazionale, assicurando la massima crescita della domanda interna compatibile con
l’assenza di pressioni sul saggio di profitto e sui prezzi, e consentendo di portare i risparmi ad
eguagliare gli investimenti per conseguire il pieno impiego o il tasso di crescita desiderato. Negli
ultimi 30 anni, in tutte le economie industrializzate, ciò non è mai avvenuto, determinando una delle
principali cause alla radice della crisi che stiamo attraversando.
Secondo i dati Eurostat, il tasso di crescita reale medio annuo della produttività del lavoro in Italia dal
1995 al 2007 è stato pari a 0,44%, peggiore performance tra i principali paesi europei (che
mediamente segnano un tasso del 2,2% medio annuo), alla cui testa si collocano i paesi scandinavi,
seguiti dai Paesi bassi e Austria, poi Germania, Francia e, in coda, prima di noi, la Spagna. D’altra
parte, in Italia quasi tutta la crescita in questo periodo è stata ottenuta attraverso l’allargamento della
base occupazionale, purtroppo costituita in larghissima parte da forza lavoro precaria, sottoccupata e,
con il divenire della crisi, inoccupata e disoccupata. Tra il 2007 e il 2011, poi, a fronte della crisi,
l’evoluzione della produttività del lavoro è stata fortemente influenzata dalla dinamica del ciclo
economico, generando tassi di crescita negativi in tutte le economie europee più avanzate (in Italia -
0,93% annuo).
• la produttività oraria (ph) è espressa dal rapporto che vede al numeratore il prodotto (Y) e al
denominatore il monte ore degli occupati (H) impiegato per realizzare quel dato volume di produzione:
ph = Y/ H. Ovviamente il numero di ore di lavoro immesse nei processi produttivi dipende dal numero
di occupati e dal numero di ore di lavoro prestate da ciascuno di essi. Pur essendo uno dei paesi al
mondo con più ore lavorate, l’Italia è in fondo alla graduatoria europea anche per la crescita della
produttività oraria del lavoro, che nel 2010 rispetto al 2000, è cresciuta in termini reali solo dell’1,4%,
mentre nell’UE-27 in dieci anni l’incremento medio è stato dell’11,4%, distanza ben visibile nel
confronto con Francia e Germania la cui dinamica di crescita del valore aggiunto è tre volte più rapida
della nostra. Non è un caso, perciò, se la nostra economia è ancora in recessione e tutte le stime del
PIL per il prossimo anno convergono sulla previsione di un altro anno di decrescita.
• L’inverso della produttività oraria, cioè il rapporto fra quantità prodotta e ore lavorate, indica il
coefficiente tecnico di lavoro (in pratica la quantità di lavoro incorporato in un certo prodotto), che
moltiplicato per il salario orario costituisce il famoso - anzi famigerato - costo del lavoro per unità di
prodotto (CLUP = H/Y* W/H), fondamentale secondo le leggi del libero mercato per determinare la
competitività delle imprese dei vari paesi. Anche seguendo questa approccio alla competitività - caro
ai tutti i liberisti e alla maggior parte delle imprese - un paese con alto costo del lavoro può competere
con i paesi a basso costo del lavoro sulla base di più elevati livelli di efficienza produttiva. Ovviamente,
in Italia si rileva un CLUP molto più elevato di quello dei principali competitori internazionali. Ma, anche
qui, non bisogna confondere tale indicatore con il costo del lavoro o, peggio, con la retribuzione, che
come è noto sono entrambi - a parità di potere d’acquisto - a livello inferiore di tutte le principali
economie europee.
Tutti i suddetti indicatori portano con sé il difetto di interpretazione (o lo spiraglio per la disonestà
intellettuale) di concentrare l’attenzione sul denominatore, il numero di lavoratori e il numero di ore
lavorate, ossia sul costo del lavoro, trascurando che a generare valore aggiunto è la combinazione dei
fattori produttivi e l’accumulazione di capitale; nonché il fatto che qualsiasi sistema economico
dovrebbe tendere per definizione alla piena (e buona) occupazione e che, pertanto, l’attenzione
andrebbe riposta sul numeratore, sul valore della produzione.
• la produttività pro-capite (ppc), per abitante, è data dal rapporto tra il prodotto realizzato (Y) e la
popolazione residente (P) in quella data area presa in considerazione (regione, nazione, area
sovranazionale): ppc = Y/ P. Quest’ultima è la più rappresentativa nei confronti, soprattutto
internazionali, sul grado di “ricchezza” che un paese genera e rende mediamente disponibile (in senso
statistico) a ogni abitante. Tale definizione, inoltre, incorpora le precedenti - facendo riferimento al
numero di lavoratori impiegati nel processo e, contemporaneamente, al numero di ore rese
necessarie ai questi lavoratori per produrre tale volume di ricchezza - includendo, in senso
matematico, anche le principali variabili socio-demografiche (popolazione attiva, forza lavoro e
occupazione): ppc = Y/P = Y/H * H/E * E/L * L/P15 * P15/P (dove L = forza lavoro e P15 = popolazione
in età di lavoro). In Italia, il PIL in volume pro-capite, purtroppo, si è mantenuto pressoché costante in
termini reali dal 2000 al 2011, se si conta la contrazione del -7% registrata dal 2007 al 2009. Nei dieci
anni in esame, in relazione al livello raggiunto, l’Italia si colloca in 12esima posizione nel confronto tra i
27 paesi europei (29esima nel confronto mondiale), computando la più bassa crescita annua
d’Europa; pur restando - in termini nominali - la terza economia dell’Area euro (e l’ottava economia
mondiale).
Da quest’ultimo indicatore sintetico di desume meglio come le determinanti della produttività siano
rappresentate da tutti quei fattori riconducibili a:
- variabili demografiche (tasso di fecondità, invecchiamento della popolazione, incidenza della
popolazione straniera, popolazione attiva, forza lavoro, tasso di inattività, livello di occupazione e
disoccupazione, ecc.),
- variabili istituzionali (mercato del lavoro, peso della contrattazione e tasso di sindacalizzazione,
concorrenza dei mercati, welfare e workfare, efficienza della Pubblica Amministrazione e intervento
pubblico in economia, sistema fiscale, coesione e capitale sociale, cultura dell’Imprenditorialità,
sviluppo della logistica e dei sistemi di trasporto, stato della giustizia civile, presenza dell’economia
sommersa, ecc.),
- variabili tecnologiche (ricerca e innovazione, propensione all’internazionalizzazione, qualità
dell’istruzione e della formazione, infrastrutturazione materiale e immateriale, ecc.),
• la Produttività Totale dei Fattori (spesso in acronimo inglese TPF; in letteratura nota come
“residuo di Solow”, in quanto parte residuale scomposta dalla crescita della produttività del lavoro e
spiegata dall’aumento del capitale per addetto) è l’indicatore che rappresenta meglio le sopracitate
variabili. Si tratta di un indicatore sintetico in grado di cogliere meglio i fattori critici legati all’utilizzo
delle risorse naturali e all’accumulazione del capitale fisico e del capitale umano, quindi le determinanti
sostanziali della valore aggiunto e della produttività.
L’Istat suddivide ulteriormente l’accumulazione del capitale per addetto fra quella legata a capitale
fisico legato o meno all’ICT (tecnologie di informazione e telecomunicazione), e quella dovuta al
capitale “intangibile” (uso di software, spese in Ricerca e Sviluppo e altro). In sintesi, la PTF può
essere considerata una misura del grado di sviluppo, di efficienza e di innovazione tecnologica e
organizzativa nell’utilizzo degli input produttivi ed è importante perché garantisce che il processo di
crescita non si arresti. Si calcola come rapporto tra un indice di output e un indice di input, media
ponderata degli indici di lavoro e capitale. Ci sono diversi modi per svolgere tale calcolo. Secondo
l’ISTAT la misura di volume degli input è costituita da un indice composito dei servizi del capitale e del
lavoro, ottenuto tramite una nota formula statistica (Tornqvist) che riconduce alla quota della
remunerazione del fattore lavoro e del fattore capitale sul valore aggiunto, permettendo di scomporre il
tasso di crescita dell’indice composito nel contributo dei singoli fattori produttivi, a sua volta calcolato
come prodotto tra il tasso di crescita di ciascun input e la media tra la sua quota sul valore aggiunto
del periodo corrente e quella del periodo precedente.
L’ultimo Rapporto annuale Istat illustra l’analisi di lungo periodo dei rapporti tra crescita economica
e produttività totale dei fattori, confermando come l’attuale quadro di scarsa dinamicità per l’Italia, dal
1995 a oggi, sia dovuto proprio al sempre più residuale apporto fornito dall’innovazione tecnologica e
organizzativa. La (non) crescita della produttività dalla metà degli anni Novanta al periodo pre-crisi si
può ricondurre quindi al contributo (addirittura negativo) della PTF e, in particolare, allo scarso
contributo del capitale fisico, soprattutto ICT, anche se le nuove tecnologie che costituiscono il capitale
intangibile (R&S, software, ecc.) contribuiscono per una parte irrilevante (solo l’8% del misero 0,44%
annuo, di cui sopra), a differenza di quanto avviene nella maggior parte dei paesi europei - e sempre
soprattutto in Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, Germania e Francia - dove contribuisce in
maniera positiva e preponderante. In fondo, non è una novità se si ricordano i precedenti Rapporti
annuali Istat, in cui si evidenziava come queste tendenze risiedano nelle caratteristiche dimensionali e
di specializzazione del nostro sistema produttivo, che insieme spiegano il 92% del differenziale di
produttività tra le imprese manifatturiere italiane e quelle tedesche, francesi e persino spagnole.
Ecco allora che ci troviamo davanti a un bivio: (A) continuare le politiche di austerità per
competere sui costi, deflazionando i redditi e i debiti, abbassando salari, precarizzando il lavoro,
diminuendo la spesa pubblica o aumentando le tasse, puntando al “pareggio di bilancio” e alla
“attrazione dei capitali”; oppure (B) rilanciare la crescita - possibilmente a livello europeo -
sostenendo la domanda interna (investimenti e consumi), l’occupazione e i redditi da lavoro, anche
sospingendo in modo controllato l’inflazione, attraverso un nuovo intervento pubblico in economia per
una politica industriale orientata a riqualificare l’offerta produttiva. Delle due, solo una può funzionare.
E non è la prima
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« Risposta #3 il: Luglio 20, 2019, 10:55:24 am »
Nel linguaggio economico corrente e nelle statistiche del lavoro, f. l. – detta anche 'forza di lavoro' – indica la parte della popolazione comprendente la somma delle persone occupate e di quelle in cerca di occupazione (➔) e coincide quindi con la popolazione attiva.

meglio definito fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/forza-lavoro_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

forza lavoro  Nella storia del pensiero economico, f. l. è espressione coniata da K. Marx per indicare le capacità fisiche e mentali utilizzate dai lavoratori all’interno del processo produttivo, distinte dal l. effettivamente prestato. In base alla teoria di Marx, infatti, ciò che l’operaio vende non è direttamente il suo l., ma la sua f. l., che mette temporaneamente a disposizione del capitalista. Il valore della f. l. è determinato dalla quantità di l. necessaria per la sua conservazione o riproduzione, ma il suo utilizzo trova un limite soltanto nelle energie vitali e nella forza fisica del lavoratore. Per rinnovare giornalmente la sua f. l., egli deve produrre un valore giornaliero di un determinato ammontare, che ottiene lavorando per un  dato numero di ore (detto l. necessario). Le ore lavorate oltre quelle necessarie per produrre l’equivalente del suo salario, cioè del valore della sua f. l., corrispondono al pluslavoro. Il rapporto tra pluslavoro e l. necessario è detto saggio del plusvalore, indicato da Marx come misura dello sfruttamento della f. l. da parte del capitale.

Concetto collegato alla f. l. è quello di esercito industriale di riserva (➔ sfruttamento del lavoro), espressione con la quale Marx si riferisce alla massa dei disoccupati (➔ disoccupazione) in una economia capitalistica. È, infatti, la stessa opera dei lavoratori a rendere in parte superfluo il loro l., attraverso la produzione di pluslavoro e plusvalore, che consente ai capitalisti di avere le risorse per modificare i processi produttivi in modo tale da poter ridurre il l. domandato (➔ lavoro, domanda di).

Nel linguaggio economico corrente e nelle statistiche del lavoro, f. l. – detta anche ‘forza di lavoro’ – indica la parte della popolazione comprendente la somma delle persone occupate e di quelle in cerca di occupazione (➔) e coincide quindi con la popolazione attiva. La percentuale degli appartenenti alla f. l. sul totale della popolazione in età attiva è detta tasso di attività (➔ attività, tasso di) o tasso di partecipazione.

Nel 2011 le f. di l. in Italia ammontavano a 24,949 milioni di individui. Di essi 22,961 milioni risultavano occupati e meno di 2 milioni erano in cerca di occupazione. Tra gli occupati, il settore più rappresentato era quello dei servizi (15,557 milioni di individui), seguito dal settore industriale in senso stretto (4,655), dalle costruzioni (1,908) e dall’agricoltura (842.000 unità). I lavoratori dipendenti (➔ dipendente, lavoratore) erano 17,214 milioni e gli autonomi (➔ indipendente, lavoratore) 5,880 milioni. Lavoravano a tempo pieno (➔ full time) 19,507 milioni di individui, mentre 3,586 milioni erano occupati a tempo parziale (➔ part time). Le persone in cerca di occupazione, nel 2011, erano per la maggior parte residenti nel Mezzogiorno (948.000 lavoratori). Coloro che non partecipano alle f. di l. (➔ non forze di lavoro) sono detti individui inattivi e possono essere in età lavorativa (15-64) o no. Nel 2011 gli inattivi in età lavorativa ammontavano a 15,017 milioni di individui. I giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavoravano e non frequentavano alcun corso di istruzione o formazione, i cosiddetti NEET (➔) erano circa 2,1 milioni (il 22,1 % della popolazione nella corrispondente fascia di età).
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« Risposta #4 il: Luglio 20, 2019, 11:22:52 am »
LA RAGIONE DEL C.F.L.

Lo stato è l'unico organismo giuridico che può controvertire un trend in cui gli equilibri non possono mai più essere raggiunti, che può attraverso leggi speciali di scopo costituire un fortissimo deterrente nella equi-distribuzione nella produzione di beni e servizi, applicando un valore del multiplo di fatturato entro cui, il costo del lavoro sia proporzionale rispetto al volume del venduto, fermi i costi variabili e fissi, che sono detratti.
Ma sul costo del lavoro, la stortura è diventata endemica, fra bonus e provvidenze flessibilità tempo di lavoro e soprattutto fiscalità diretta ( epitaffio ideologico invalso soprattutto nei sindacati ) che ha creato un sistema perverso, da cui è necessario uscire immediatamente.

La fiscalità diretta creando provvidenze immediate solo a vantaggio dell'azienda ha determinato che il netto pagato al lavoratore sia a  scomputo fiscale. Es: due lavoratori a 500 € fissi al mese per 13 mensilità mentre non dividono il minimo contributivo,  determinano 13 mila euro lordi /2= 6.500 € che non scomputano imposte. Si ottiene un risparmio fiscale  tenendo due persone per 4 ore di lavoro al giorno. Risparmio fiscale che è  solo in capo all'azienda e  che vale minimo  3.000 € tale che un solo reddito ad un solo dipendente implicava 10 mila netti e tremila di imposte nel caso normale. Il risultato è due persone che escono dalle rispettive aziende  sono 'poveri' di diritto senza alcuna speranza e senza contributi.

Su un fatturato lordo ( in  ipotesi ) di 50 mila € nel multiplo al 33% dei costi di retribuzione siamo alla quota unitaria di 16.500 € da cui detratte le imposte e contributi si precipita  a poco meno di 11.000 € netti a dipendente!!

L'unico modo per ridefinire quanto è l'effettivo pagato  al dipendente è dunque il coefficiente F.L.  che determina una equità fra numero dipendenti e retribuzione media pari a in ipotesi 16.500 € ( e variabile nel tempo ) tale che il coefficiente sia= > 1 nel caso sia normale <=1 sia non congruo. Il valore non può rilasciare zero in quanto lo determina sulla base frazionaria e una divisione qualunque sia non può assolutamente determinare il valore ZERO.

Legge di scopo: tutte le aziende che  non sono nella congruità applicano un differenziale impositivo fra il valore normale e il valore effettivo pari all'imposta diretta totale che confluisce in un apposito fondo che costituisce credito fiscale primario che l'azienda deve destinare obbligatoriamente  ai lavoratori ed è erogato in misura  inversamente proporzionale al valore unitario del costo del lavoratore stesso. In pratica deve correggere il valore di retribuzione netta, se inficiata da storture nella retribuzione e l'azienda riceve un deterrente affinché si allontani dalla pratica scorretta di avere due dipendenti a 4 ore di retribuzione tale da non aver pagato imposte sulle persone fisiche che sono a beneficio del dipendente, qualunque sia l'impresa azienda o attività anche professionale. Essendo credito fiscale non è base imponibile in testa al lavoratore, che lo aggiunge alla sua retribuzione.

Il CFL VARIA NEL TEMPO IN BASE ALLA RETRIBUZIONE MINIMA CHE LA LEGGE STABILISCE.
« Ultima modifica: Luglio 20, 2019, 11:56:22 am da Luigi Intorcia »
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